Dentro e fuori dai buchi

Mi sono perso. Sono finito in un buco. Ora esco. E sono fuori. Perso come prima. Un buco non viene mai da solo. Non esiste un buco. Esistono tanti buchi. Tante cose che si perdono come me. I buchi sono anche le finestre. Ti sporgi e vedi quello che c’è fuori. Se va bene. Ma lavorare stanca e allora bisogna dormire. Qui non ci sono letti, né tavoli. Ci sono vasche che sono buchi più lunghi e grandi, quasi in discesa e con un piccolo buco in fondo che ti porta fuori.

Mentre dormo io non dormo. Guardo a occhi chiusi e mi arrivano palle di neve che prendo con le mani.
Poi mi alzo. Metto l’occhio nel buco e misuro che caldo fa. C’è anche una pala.
Quando si cammina e ci si perde serve un bastone per non mettere il piede in un buco sbagliato. Allora ecco la pala che mi porta in giro. Con lei posso camminare. In alto c’è qualcosa di fermo. Il tempo. Lo colpisco con la pala per farlo ripartire.
Misuro la sua temperatura. Fa caldo in questi giorni e io mi sono perso.
Cosa vedo?
Un cavallo di metallo mi viene incontro. O sono io? Mi guarda. Lo guardo. Ci guardiamo. Potrebbe andare avanti all’infinito questa storia, ma io preferisco finire da qualche parte. Sapere dove sono.
Dove mi sono perso. Monto a cavallo. E scopro una finestra.
È un oblò di metallo. Dentro il cavallo.
Guardo e ora so che sono un palombaro in un mare di latte.
Ecco dove mi sono perso. Allora aspetto.
Qualcuno prima o poi arriva. È una legge mi hanno detto. Ma non ricordo chi.
Dicono: “tutto il tempo è aspettare e quando poi qualcuno arriva allora finisce l’attesa e con l’attesa anche tutto il tempo”.
Finito.
Cosa sento?

 

Pifferaio revisited

Chissà se Hamelin è ancora la città più triste della Germania. Nessun topo in giro e nessun bambino. L’unico rimasto, lo zoppino, nel frattempo è diventato grande. Sempre zoppo e attorniato da un esercito di mamme in cerca di figli. Il sindaco scomparso nella sua stanza. Uno studio pulito e illuminato bene. A recitare un altro nada de nada. Ma dov’è finito il pifferaio?

Chissà se il caseificio della Strada è il più triste d’Italia. I buchi vuoti nella camera del latte, le vasche della panna dove riposa la polvere, i rubinetti che non perdono più. Anche il formaggio non c’è. C’è un odore pungente a ricordare le forme nel magazzino, gli scaffali vuoti per questa biblioteca senza libri.
Ci sono i topi forse. E allora c’è bisogno del pifferaio.

Il pifferaio magico è tornato. Ha preso con sé due flauti: uno piccolo e uno grosso. Si aggira per i corridoi deserti del magazzino in cerca di topi. Anche i topi fantasma vanno bene. Suona le canzoni della fiaba e di colpo ecco che un topo piccolo piccolo esce. Poi un altro. Restano a guardare. Ad ascoltare. Seguono la musica e le code tengono il tempo. Quando il pifferaio attacca l’aria della Regina della Notte del Flauto magico, si alza una polvere invisibile, risuonano passi e note.

Tornano tutti i topi della fiaba per un concerto che è soltanto loro. Solo la musica può far passare la nostalgia di tutto quel formaggio perduto. Anche Mozart sorride da qualche parte. Non troppo lontano da Hamelin forse.

E quando il pifferaio ha finito di suonare fa un inchino, si mette una mano sul cuore e allora anche i topi lo sentono battere, quelli vivi e quelli fantasma che ancora abitano il silenzio della biblioteca.

 

Concerto bianco

Una sceneggiatura per qualcosa che succede

Gli strumenti musicali sono due: una fisarmonica e un clarinetto.
Poi ci sono gli spartiti, i leggii, due sedie bianche.
C’è anche una chiesa che non è più una chiesa, le pareti intorno e un buco grande in fondo.
C’è in fondo sulle pareti il fantasma di una latteria fantasma. L’immagine.

Le persone sono tre. Due musicisti e qualcuno che entra ed esce e cerca di capire e anche se non capisce (forse proprio perché non capisce) è contento lo stesso.
I tre sono tutti vestiti di bianco. Hanno la faccia dipinta di bianco. I piedi nudi dipinti di bianco.
Forse.

All’inizio la chiesa è vuota e sulla parete in fondo lo schermo è bianco. Giallo forse, visto che la parete è gialla. Forse.
Ci sono due sedie in scena e accanto gli strumenti musicali. Gli spartiti di fronte posati su due leggii. Più o meno silenzio.

Dal buco grande esce la testa di Stoppino e si guarda intorno. Esce anche con tutto il corpo. Conosce il posto ma c’è qualcosa che non va. Si volta verso la parete in fondo e appare la latteria fantasma. Ecco è un poco rinfrancato. Poi però guarda gli strumenti e capisce che sono loro che non vanno, che lì prima non stavano. Si avvicina e fa per toccarli ma non li sfiora nemmeno che si ferma. Come sentisse qualcosa. Qualcosa che non va. Allora si spaventa e si guarda intorno e vede il suo grande buco e torna dentro. Si nasconde.
Entrano i musicisti e si guardano intorno. Per loro è tutto nuovo. Poi guardano gli strumenti e scoprono che sono proprio i loro. Senza pensarci troppo si siedono e si guardano. Dicono quasi insieme: “proviamo!” (per tutta la durata del concerto diranno soltanto la parola “prova” e tutte le declinazioni possibili del verbo “provare”…)
E suonano. Diciamo un paio di pezzi.
Quando suonano Stoppino esce di nuovo dal buco con la testa. Li ascolta mentre suonano il primo. Poi esce e cerca di capire. Cosa stanno facendo. Può darsi che “veda” solo che stanno suonando e non “senta” nulla. Cerca di capire cosa è la musica. Cosa è quel CONCERTO BIANCO.
I due musicisti si fermano dopo il secondo pezzo. Si guardano. Il clarinettista si alza e cerca qualcosa nello spartito. Non dice niente e guarda il compagno. L’altro dice: “prova…” e attaccano il terzo brano…
Qui Stoppino si muove intorno a loro, accanto alla loro musica, ma ancora non riesce a capire, a entrarci dentro. È come se loro non lo facessero entrare. Sulla parete lo sfondo è sempre quello della latteria deserta.
I due finiscono di suonare e poi si fermano. Lentamente e con cura ripongono gli strumenti e chiudono gli spartiti. Poi piano e in silenzio escono. Uno dice quando è quasi fuori: “proviamo?” L’altro fa segno come a dire “dopo”.

Stoppino intanto è tornato nel buco. La sua testa spunta fuori e li guarda uscire. È la sua grande occasione per suonare. Esce e si avvicina con circospezione agli spartiti. Ne prende in mano uno e lo sfoglia e forse anche lo legge. Finge di fischiettare e si guarda intorno compiaciuto. Controlla che non ci sia nessuno in arrivo e si avvicina al clarinetto. Appena fa per toccarlo qualcosa lo blocca. Ma non sa cosa. Allora passa alla fisarmonica e succede lo stesso. Ora Stoppino non sa davvero cosa fare. Desidera suonare ma non può. Forse ha nostalgia di qualcosa che non ha mai visto né incontrato davvero. Guarda ancora gli strumenti e allora scopre che la musica non sta sulle pagine e nemmeno negli strumenti. Sta altrove. Guarda dietro di sé e vede che la latteria deserta non è più deserta. Vede qualcuno che gli somiglia e altri due che somigliano ai musicisti. Li vede che suonano e l’altro che gira intorno. Si avvicina, scende nel grande buco e resta a guardare di spalle. Solo la sua testa si vede.
Da fuori si sente un fischio di clarinetto. Le immagini finiscono e la testa di Stoppino si volta. Guarda il clarinetto posato e muto e sente altrove la sua melodia. Entra il clarinettista suonando e gira intorno e si siede. Cambia lo strumento e dice “proviamo”.
Ma è solo. Allora aspetta e poi fa un fischio e dall’altra parte allora arriva l’altro musicista e mentre questo succede anche Stoppino inizia a fischiare e a “sentire” davvero la musica della sua voce. Anche se questa voce non dice niente.
I due musicisti iniziano a suonare un altro pezzo e Stoppino esce e finge di fischiettare o fischietta davvero.
I tre allora suonano davvero insieme.
Per suonare non è detto che si debba per forza suonare.
Solo chi ascolta suona.
Ecco allora che succede qualcosa.
Come succede.

Fine
Forse